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Arrivederci Nonno Totonno inviato da Pietro, 26 settembre 2011 @ 22:45 Il paesaggio è bucolico, una campagna placida di metà primavera, una brezza leggera. Il vecchio contadino è un po’ spaesato, anche se l’ambiente dovrebbe essergli familiare.
Ad un tratto vede avvicinarsi una figura distinta, in giacca e cravatta, uno sguardo autorevole e amorevole al tempo stesso.
- E’ lei il signor Di Loreto, Antonio Di Loreto? – fa questa seconda figura alla prima.
Un cenno del capo è la risposta del primo, ancora confuso da questa novità.
- Che piacere conoscerla, finalmente! Ho tanto sentito parlare di lei! E poi sa, ormai siamo parenti da qualche anno… -
La confusione sul volto del signor Antonio è palese, al che l’altro prosegue:
- Ho dimenticato di presentarmi: io sono Piero Regoliosi, il nonno di Pietro. E’ da tanto che aspettavo di incontrarla. Venga che l’accompagno, immagino sarà ansioso di ritrovare sua moglie e i suoi fratelli…-
Il vecchio professore prende sottobraccio il vecchio contadino come se fossero amici da tanti anni. E poi, mentre si incammina verso la luce diffusa di una lontana corte, sussurra con fare complice:
- So che negli ultimi tempi abbiamo avuto gli stessi problemi alimentari. Non si preoccupi, qui ormai nessuno le dirà più cosa non deve mangiare. Ci sono dei fichi dell’Altro Mondo…
Il nonno di mia moglie è tornato al Padre. Mi piace immaginare che dall’altra parte si ritrovi insieme anche ai miei nonni, legati da questa strana parentela che ha legato una famiglia cassinate ad una lomellina. Abbiamo un angelo in più.
Arrivederci, Nonno Totonno!!!! In cerca di Lui - visite natalizie inviato da Pietro, 9 gennaio 2011 @ 22:42 Le vacanze di Natale sono finite anche quest’anno, più lunghe del solito data l’insolita collocazione temporale delle varie festività, e siamo rientrati in Norditalia, ormai stanchi di sole e temperature miti quasi autunnali, per ritrovare la nostra nebbia, la nostra pioggerellina fastidiosa, il termometro che conosce anche i numeri negativi. Michele, ormai confuso dall’assenza dell’originale, prende i lampioni più luminosi per il sole. Ma non è delle ben note differenze fra il Sud e il Nord del nostro paese che voglio parlare. (Per questo consiglio a proposito la visione di due film diversi per molti aspetti, ma accomunati dall’affrontare stereotipi in un modo che alla fine definirei tipicamente italiano: uno è Cado dalle nubi di Checco Zalone - visione ideale: fuori dalla casa abusiva che hai affittato per le vacanze proprio nel Sud; l’altro Benvenuti al Sud con Claudio Bisio – visione ideale: rientrati al paese (meridionale) di origine per una qualsiasi delle feste comandate.) Come ogni rientro festivo per più giorni, ci siamo ritrovati in un classico giro delle sette chiese fra parenti, amici e questa volta anche qualche giro turistico (Miki sta diventando abbastanza grande da almeno apprezzare la grandezza del Colosseio – rigorosamente con la i, e da farsi riprendere da un archeologo del Foro mentre cammina sui sassi vecchi di 2500 anni). Siamo stati bravi ad incastrare i vari appuntamenti, sia a Cassino che a Roma, e alla fine abbiamo visto davvero un sacco di persone, molte che non eravamo riusciti a vedere neppure quest’estate. E qui vien fuori quello di cui volevo parlare. Perché quando passa tanto tempo dall’aver visto l’ultima volta qualcuno, uno arriva all’incontro pieno di aspettative anche implicite, e quanto più ad una persona si è voluto - si vuole bene, tanto più grandi sono le aspettative. Eppure alcune di queste sere con Anto ci si è trovati tristi, come spiaciuti di un’occasione mancata. Perché mi rendo conto che, soprattutto quando il tempo è breve come un incontro una volta l’anno, uno vuole sentir parlare di quello che sostiene la vita, vuole riscoprire dentro la storia degli amici le tracce di quello che riempie la propria. E anche parlare con superficialità di temi cari e attuali come i figli e il lavoro può lasciare l’amaro in bocca se alla fine non si arriva a dire il nome della certezza che rende lieti attraverso le gioie e le difficoltà della vita. E’ il tempo di Natale, Lui è qui: se non si arriva a dire il Suo nome, anche i ritrovi con gli amici migliori di un tempo lasciano insoddisfatti. Berghem de sass inviato da Pietro, 10 maggio 2010 @ 23:00 Di una settimana di invasione alpina (tende e camper a non finire, un mare di penne ovunque si sposti lo sguardo, canti alpini ad ogni piè sospinto, mezz’ora stamani per riuscire a lasciare Bergamo imbottigliato con gli altri gitani) e dei due giorni di feste e sfilate (a cui abbiamo partecipato ieri sfidando la pioggia ben certi che la Madonna protegge gli alpini e per quanto può evita di farli bagnare) il giudizio più netto che rimane è ben espresso dal messaggio di risposta dell’amico don Ettore, ricordato al passaggio degli alpini di Saluzzo: Oggi puoi capire perché tuo padre ama i canti di montagna. Non è stato solo un bel vedere (mezzo milione di persone in sfilata dalla mattina alla sera, dalla Vall’Anzasca a Roma, per finire a Bergamo, per citare solo i posti più cari), e neppure soltanto un bel sentire (ogni sezione degli alpini preceduta dalla propria fanfara, a cantare in coro le proprie canzoni): è soprattutto un esempio di uomini grandi e veri, un popolo che nasce dall’appartenere allo spirito di un corpo unico nel mondo (anche se con tanti cugini ieri presenti a rendere omaggio), e come tale oggetto di stima da parte di tutti. Michele ha passato due giorni a chiedere continuamente: Ppini? pure in mezzo a migliaia di loro., come se rischiasse di perdersene qualcuno. Salvo poi rifiutare quasi spaventato l’offerta di indossare uno dei loro cappelli. Ci son volute un paio d’ore di sfilata e il fatto che ce l’avesse una bambinetta per convincerlo a presentarsi come lo vedete in foto. Beatrice è ancora piccola, e come tale beatamente capace di dormire in mezzo ad una città quadruplicata di abitanti. La prossima volta che gli alpini torneranno da queste parti dovrebbe essere in grado di apprezzare. Anto ha fatto la mamma (panini, pappe e passeggino) e la fotografa (tentando in qualche modo anche di immortalare il passaggio delle Frecce Tricolori). Riesce, come sempre, molto meglio nella prima delle due cose. Su questo, non è seconda a nessuno. E’ solo il primo di una serie di fine settimana interessanti: il prossimo siamo a Roma News dall'Oriente inviato da Pietro, 28 febbraio 2010 @ 13:30 Ho assaggiato la canna da zucchero, capendo solo mentre lo facevo cos'era. Si entra in un negozio, si vedono appoggiate delle canne come possiamo immaginare il bambù e se ne ordina un pezzo: la tipa prende il machete, toglie la corteccia e taglia il pezzo in sei parti (2 a testa per me e i due compari cinesi). Prendi il pezzo e un sacchetto, stacchi dei morsi, succhi la polpa e sputi nel sacchetto quel che rimane. Il sapore? Lo zucchero di canna più acqua: per me, perfetto.
Direte: ma non eri in Cina per lavoro?Ho mangiato coreano per la prima volta: simile al giapponese nello stile culinario (ti portano tutto crudo e poi cucini tu sulla piastra), per il tipo di carne sembrava una fonduta alla bourguignonne con salse cinese. Ho assistito ai fuochi d'artificio per il Lighting Day che chiude le celebrazioni dello Spring Festival (ossia l'inizio d'anno cinese): qui le cose le fanno davvero in grande, sono curioso per l'Expo. Ho visitato la Fudan University, la più importante di Shanghai, una delle 5 migliori della Cina, una simil Bocconi-Luiss ma statale, con college annesso. Una statua del Chairman Mao alta 10 metri saluta benevolente il futuro del paese all'ingresso. Alcuni dei migliori matematici del paese (lo dico a beneficio del fratello piccolo) insegnano e lavorano qui. Ho scoperto Lu Xun, uno dei più grandi pensatori del ventesimo secolo cinese (ovviamente liberale di sinistra altrimenti non sarebbe ricordato neppure da loro), e mi sono accorto che io della storia e della cultura cinese ne so proprio poco. E' vero, ma non di solo lavoro vive l'uomo e approfittando delle mie guide cinesi uno cerca di entrare un po' di più nel posto che gli è dato, seppur poco, da vivere. Saluti a tutti Gratuità inviato da Pietro, 28 febbraio 2010 @ 02:48 Con un esempio ormai diventato un classico, un nostro amico raccontava di come ha scoperto la gratuità come esperienza una sera, tornato tardi dal lavoro e dovendo uscire di nuovo per andare al Banco di Solidarietà: perso nelle cose da fare e nel doversi sbrigare, non degna di un'occhiata il figlioletto di qualche mese. Sulla porta si gira un attimo per guardarlo e lui è lì che gli sorride: non ha fatto nulla, proprio nulla per meritarlo, salvo esserci, e lui gli sorride. A gratise si direbbe dalle mie parti originarie. Lo stesso ieri sera su Skype, il nano che legge il nuovo libro comprato dai nonni sul loro divano di casa insieme al compare della mamma, e la faccia del padre sullo schermo ma distante più di 10000km: un semplice Ciao papi che pacifica e mette a posto le cose. Perchè si può andare dovunque (e incontrare chiunque come anche ieri sera con alcuni amici di qui) se c'è chi ti vuol bene e ti guarda così. A gratis. |