Un lungo viaggio in auto non è lo stesso senza radio. Sarà per le utili informazioni sul traffico che ti avvisano che ci sono rallentamenti qualche km dopo che sei in coda. Sarà per le ultime notizie che rimangono tali ora dopo ora. Sarà per l’immancabile aggiornamento su quali sono i tormentoni dell’estate, informazione la cui mancanza può creare turbe psichiche e lacune gravissime nel bagaglio di conoscenza personale.
Sicuramente questa volta il sapore è diverso, perché finalmente mi sono deciso a masterizzare un cd con una scelta fra le mie canzoni preferite. Il successo di pubblico (mia moglie, l’altra compagna di viaggio, dorme per la maggior parte del tempo) è decisamente scarso, a parte le canzoni di Povia che lei sentirebbe a ripetizione.
[Apro una parentesi per porre una domanda: voi come ascoltate le canzoni che vi piacciono? Una volta, massimo due al giorno per assaporarle un po’ per volta, o in un loop virtualmente infinito per godervele tutte in una volta? In casa nostra hanno quartiere entrambe le posizioni, che come si può ben capire sono abbastanza incompatibili….]
Il successo di critica non si discute: sono le mie canzoni preferite, quindi io ultimo giudice. L’occasione anche per riconfermare dei giudizi, magari lasciarsi stupire da ulteriori scoperte, rimproverarsi per alcune mancanze. Le più belle sono quelle canzoni che nel personale giudizio del proprio gusto raggiungono il ruolo di classico, cioè di bello senza tempo, che a riascoltarle ancora ridanno le emozioni dell’origine: perché una delle cose più belle delle canzoni, è che si lasciano associare a ricordi, momenti, storie. Chi possiede album o canzoni che sono diventate colonne sonore di libri letti che ne richiamano alla memoria il ricordo al solo risuonare delle note, capisce bene quel che dico.
Non ho probabilmente un palato fino, così come l’udito, e sono attratto dal ritmo di un certo rock melodico, forse commerciale: de gustibus... Ma mi piace poi scoprire, di una canzone che mi ha colpito per ritmo e orecchiabilità, che il testo non è vuoto o peggio senza senso. Diventa sempre più difficile, il che mi spiace, dato che ritengo i cantautori di oggi i possibili eredi dei poeti di un tempo, espressione di una cultura, di un gusto e di una realtà presente. E se diventano vuote di senso le canzoni, è solo l’espressione di vuoto della cultura presente.
La triade della mia personale colonna sonora è fissata da tempo, anche se sprazzi di alternative campeggiano all’orizzonte, e il panorama italiano ha una sua personale hit parade. Impostesi come ritmo, hanno aggiunto ragioni sulla strada verso la loro personale classicità. Le consegno così.
Sul gradino più basso Angel degli Aerosmith: si vive solo in ragione di un amore assoluto (You’re the reason I live, you’re the reason I die, you’re the reason I give when I break down and cry, don’t need no reason why: you’re my Angel, come and save me tonight…).
Al secondo posto, e sempre in lotta per il primo, November rain, Axl Rose & Co.: il pianoforte usato nell’hard rock, una canzone che è per me il simbolo di tutte quelle che non seguono lo schema strofa-ritornello-strofa-ritornello (in coppia con Bohemian Rhapsody, ma questa per me è venuta prima), e quel tono malinconico che la fa sembrare adatta a tutte le stagioni. Per non parlare del video…
E poi lì in cima, Bed of roses, di quel Bon Jovi che di canzoni che mi piacciono ne ha fatte tante (e di cui Anto dice che canto con la voce di…), che a parte tutto, e non è poco, merita il posto per la dichiarazione d’amore più cattolica della storia del rock (e se ne trovate un’altra, correggetemi pure): I want to be just as close as the Holy Ghost is.