to kalon
Vagliate tutto, trattenete il valore (1Ts. 5,21) usususususitititusititfritcnititusit

Le notizie che contano
inviato da Pietro, 5 luglio 2007 @ 11:37
Ieri ho aspettato inutilmente fino alle 18:30 per trovare qualche notizia dell'annunciata manifestazione a Piazza Santi Apostoli sui giornali online più diffusi (Repubblica e Corriere): niente. Eppure del secondo il promotore della manifestazione è anche vicedirettore. Poi ieri sera tornato a casa controllo, e finalmente qualcosa compare. Alla televisione un veloce servizio di 60 secondi, e subito dopo un servizio megagalattico sulla presentazione della nuova 500.
Stamattina di nuovo, nulla sulla pagina del Corriere: eppure ci sono le foto della vacanza di D'Alema, si scopre che siamo 59 milioni grazie agli immigrati (hanno contato anche noi che siamo emigrati, o contiamo in negativo?), e che contro l'ansia ci vuole sesso due volte a settimana.
Che le notizie abbiano un peso diverso non mi soprende. Che certe notizie passino giusto il tempo dell'avvenimento in sè neppure. Penso, a modesta consolazione, che comunque le stesse persone che leggono i giornali sono quelle che magari già sapevano, o non volevano sapere. Penso che per far conoscere certe cose bisogna davvero impegnarsi in prima persona, ed essere noi avviso agli altri.
Quel che davvero mi rattrista è che non sembra di riconoscere nessun criterio con cui giudicare l'importanza delle notizie, o meglio, solo quello del politicamente corretto, dello stare attenti a non disturbare nessuno, oppure dare retta solo a chi fa più casino: c'è un qualcosa di oggettivo che permette di distinguere fra le (magari migliaia di) persone che si affacciavano sul Po a vedere i giochi d'acqua organizzati dalla Fiat e che il momento dopo avrebbero solo ricordato la bellezza dell'istante, e le (magari solo centinaia di) persone che a Roma dicevano chi sono, qual è l'identità che le contraddistingue come uomini, la certezza che è con loro e con cui solo è possibile rapportarsi col mondo intero?
Forse il giornalismo è altro dal riconoscere questo, ma almeno se ne potrebbe tener conto.

L'alfabeto del blogger /10
inviato da Vito, 21 giugno 2007 @ 10:47
J come Juventus

Cosa c'entra? Non lo so: è la prima parola con la "J" che mi è venuta in mente. Perché quando si ha un blog c'è anche questo rischio: quello di voler forzare, di voler scrivere a tutti i costi. Magari la tentazione di fare un post solo perché c'è un argomento di cui parlano tutti, anche se non si riesce a mettere le proprie idee in una forma comprensibile a un altro essere umano, o addirittura se una propria idea neanche la si ha.

Ma succede anche ai giornali. Oggi il sito del Corriere della Sera, parlando degli esami di maturità, titola: "Il tam tam in rete: Seneca per il classico, problemi di analisi e trigonometria al liceo scientifico". Passi per Seneca, ma la seconda parte è chiaramente una non-notizia. Da che mondo è mondo, il compito del liceo scientifico è costituito al 90% da problemi di analisi e trigonometria. Non vedo cos'altro avrebbero potuto aspettarsi i malcapitati maturandi...

(10 - continua)

Ci sono o ci fanno?
inviato da Vito, 13 marzo 2007 @ 13:31
Il Corriere della sera riportava oggi stralci della Esortazione post-sinodale Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI. Tra le altre cose, il sito del quotidiano scriveva così:

PIU LATINO NELLE CHIESE - I futuri preti si preparino «a comprendere e celebrare la messa in latino» a «utilizzare i testi latini e a eseguire il canto gregoriano». I fedeli, invece,«siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia». Papa Ratzinger spezza una lancia per una liturgia più vicina alla tradizione e per una valorizzazione della lingua latina. Servirebbe, ha spiegato nell'esortazione apostolica post-sinodale «ad esprimere meglio l'unità e l'universalità della Chiesa» in sintonia con le direttive del Concilio Vaticano II. «Eccettuate le letture, l'omelia e la preghiera dei fedeli - si legge nel testo - è bene che tali celebrazioni siano in lingua latina, così pure siano recitare in latino le preghiere più note della tradizione della Chiesa ed eventualmente eseguiti brani in canto gregoriano».

Ecco invece il testo originale del Papa (§ 62):

[...] Penso in questo momento, in particolare, alle celebrazioni che avvengono durante incontri internazionali, oggi sempre più frequenti. Esse devono essere giustamente valorizzate. Per meglio esprimere l'unità e l'universalità della Chiesa, vorrei raccomandare quanto suggerito dal Sinodo dei Vescovi, in sintonia con le direttive del  Concilio Vaticano II: eccettuate le letture, l'omelia e la preghiera dei fedeli, è bene che tali celebrazioni siano in lingua latina; così pure siano recitate in latino le preghiere più note della tradizione della Chiesa ed eventualmente eseguiti brani in canto gregoriano. Più in generale, chiedo che i futuri sacerdoti, fin dal tempo del seminario, siano preparati a comprendere e a celebrare la santa Messa in latino, nonché a utilizzare testi latini e a eseguire il canto gregoriano; non si trascuri la possibilità che gli stessi fedeli siano educati a conoscere le più comuni preghiere in latino, come anche a cantare in gregoriano certe parti della liturgia.

Benedetto XVI non intendeva certo abolire l'uso delle lingue nazionali, ma si riferiva invece principalmente alle "celebrazioni che avvengono durante incontri internazionali". Nell'articolo, però, di questa espressione non vi è traccia. Si ricopia "tali celebrazioni", ma non si capisce "quali". Semplice svista? Non sarebbe la prima in via Solferino, negli ultimi tempi. O piuttosto il solito tentativo di far passare, senza esporsi troppo, lo stereotipo di Ratzinger tradizionalista e nemico del progresso?

In ogni caso, davanti alle parole del Papa mi sembra proprio il caso di dire: Deo gratias.

Vite straordinarie
inviato da Vito, 4 marzo 2007 @ 16:18
Qui si parla di una persona che negli anni scorsi vedevo molto spesso, e che ho avuto anche una fugace occasione di conoscere. Da leggere.

Perle scalfariane
inviato da Vito, 11 febbraio 2007 @ 20:10
Leggere Eugenio Scalfari non è mai impresa facile. E poi, in fin dei conti, le cose che dice sono più o meno sempre le stesse, e all'articolo odierno si potrebbe benissimo applicare il giudizio che ho espresso in un post di qualche mese fa, anche se in quell'occasione non mi riferivo a lui. Oggi, però, il barbuto decano di Repubblica ci sembra particolarmente in vena di arrampicarsi sugli specchi, pur di promuovere la sua idea di Chiesa. Cioè una Chiesa che funzioni secondo i meccanismi della politica, fatti innanzitutto di compromessi.

Anche la Chiesa ha fatto compromessi. Perfino con Hitler. Con Mussolini. Con Franco. Con Breznev. Con Jaruzelski. Con Gorbaciov. Tutte le volte che le è convenuto ha stipulato concordati. Non è forse un compromesso il concordato? Si patteggia, si dà e si prende.

Che begli esempi! Probabilmente, quindi, Scalfari sarebbe più contento se in Italia vigesse un regime autoritario come quelli che ha elencato. Almeno la Chiesa potrebbe fare finalmente questi benedetti compromessi, invece di parlare sempre alla luce del sole. Oppure non ha capito niente (e quel "perfino" fa supporre che sia così).

Ma in realtà a partire dal pontificato di papa Wojtyla fino ad oggi la Chiesa sta devitalizzando i contenuti più significativi del Concilio Vaticano II e i due pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI. L'ha scritto a chiare lettere Pietro Scoppola nel suo articolo di tre giorni fa su Repubblica.

Chissà perché, quando Wojtyla era in vita nessuno si azzardava a parlarne male (o comunque non con la costanza con cui viene bersagliato adesso Benedetto XVI). Quello che fa sorridere, però, è la motivazione addotta da Scalfari alla sua semplicistica tesi: l'ha detto Repubblica, quindi è vero.

Non significa che un pensiero laico non esista e neppure che sia debole. Al contrario è forte, è lucido, è coerente alle sue premesse e nella sua dialettica con i clerici. Basta aver letto i più recenti prodotti di questo pensiero pubblicati questa settimana dal nostro giornale: l'articolo di Ezio Mauro e quello di Gustavo Zagrebelsky a proposito del "non possumus" episcopale.

Arieccoci: ipse dixit. Almeno qui sulla prima parte bisogna dargli ragione: certo che esiste un pensiero laico forte, lucido e coerente. Non è sicuramente quello di Ezio Mauro, però. Vedere piuttosto alle voci "Ostellino" e "Galli della Loggia".